A quoi sert… par Marco Santopadre

A CHE SERVE UN GIORNALISTA ? (A QUOI SERT UN JOURNALISTE ?)

par Marco Santopadre, Directeur de Radio Città Aperta (Rome)

Marco SantopadreSe rivolgiamo questa domanda ai giornalisti e agli operatori dell’informazione più in generale, la maggior parte risponderanno che serve “a raccontare la verità”. Lo stesso farebbero gli utenti del giornalismo, la cosiddetta gente comune. Io invece risponderei che il giornalismo serve a raccontare, o meglio a rappresentare la realtà a partire da un punto di vista parziale che deve però essere dichiarato a chi usufruisce dell’informazione.

La pretesa  che possa esistere un giornalismo neutro, superpartes, obiettivo, credo si scontri quotidianamente con una realtà fatta di professionisti alle prese con le censure e le pressioni delle proprie redazioni, a loro volta controllate da gruppi editoriali più o meno grandi interessati più ai profitti che all’obiettività di quanto si scrive o dice. Per non parlare dei legami politici, più o meno espliciti, dei media grandi e piccoli con governi, istituzioni o partiti politici. Anche nei casi migliori, quelli nei quali direttori e caporedattori lasciano piena libertà ai propri redattori, ogni giornalista ha comunque un suo punto di vista, una sua formazione culturale, politica, professionale che non può che filtrare “la realtà” fornendone una versione che non può che essere di parte. Tendenzialmente credo si debba distinguere il più possibile tra i fatti e le opinioni, che occorra essere responsabili nel proprio mestiere. Ma si tratta, occorre dirlo, più di un problema stilistico che di contenuti. Quelli che per un giornalista rappresentano i fatti, gli avvenimenti, per un suo collega possono tranquillamente rappresentare un punto di vista parziale quando non addirittura fazioso di una realtà che può essere rappresentata in molti modi diversi. Ma in un sistema in cui vige una piena libertà dell’informazione l’utente, il lettore, il telespettatore può costruirsi una propria versione dei fatti confrontando e incrociando più versioni, più rappresentazioni. Pretendere che possa esistere un giornalismo neutro vuol dire negare la propria parzialità. Molto meglio dichiarare esplicitamente il proprio punto di vista sulle questioni che si affrontano, affinché l’utente possa correttamente utilizzare il prodotto giornalistico.

In una società scossa dalla crisi economica e dalle conseguenze della globalizzazione, come quella europea, inoltre, credo che il giornalismo debba spiegare. Spiegare fenomeni, tendenze, retroscena, avvenimenti senza accontentarsi della versione più comoda, o più facile, o più conveniente per sé o per i propri editori. La nostra si sta configurando come una vera e propria “società della paura”, con una cittadinanza che ha la sensazione di essere assediata, minacciata sempre più da pericoli interni ed esterni. Fornire agli utenti una corretta informazione può contribuire a smontare argomentazioni demagogiche e populiste che hanno il solo scopo di permettere a lobbies economiche e politiche di implementare il proprio potere e la propria egemonia sfruttando i timori dei cittadini nei confronti  dell’immigrazione, delle tendenze religiose o culturali esterne, di chiunque sia o venga considerato diverso. Non posso non citare il caso di una società italiana bombardata da qualche tempo da messaggi che invocano “più sicurezza” e “più repressione” nei confronti dei giovani, degli emarginati, degli immigrati, tutti associati nella categoria della devianza quando non addirittura della criminalità. In questi anni, nonostante le città italiane siano diventate più sicure che in passato – e lo dicono i dati ufficiali forniti dalle diverse istituzioni – la maggior parte dei media, spinti dagli interessi dei partiti di centro, destra e sinistra, hanno convinto milioni di italiani che ci sia bisogno di più controllo, di più repressione, di aumentare le pene contro i criminali, di ripulire i centri abitati da mendicanti e artisti di strada. Come se questi ultimi fossero i responsabili delle difficoltà incontrate dai cittadini nel mondo del lavoro, o dell’aumento dei prezzi delle abitazioni o dei generi alimentari, o della precarietà della vita e del lavoro.

Sono anche convinto che il giornalista debba funzionare da megafono di quanto si muove nella società, nei territori. Mettere i propri strumenti al servizio degli attori sociali, degli intellettuali, degli attivisti, degli artisti. E purtroppo, almeno in Italia, ciò non avviene. I nostri media sono intasati da articoli e servizi fotocopia uno dell’altro, prodotti a partire dalle dichiarazione di pochissime voci del mondo della politica o dell’economia. Una realtà, quella raccontata dalla maggior parte dei grandi media, questa sì virtuale. Al tempo stesso le mobilitazioni, i dibattiti, le proposte che nascono e si realizzano all’interno della società, nei territori, tra i lavoratori, vengono occultate, censurate, o comunque ignorate.

Nei suoi 30 anni di storia Radio Città Aperta ha cercato di mettersi a disposizione di quanto di interessante e stimolante si è mosso all’interno della città di Roma e a livello internazionale, raccontando e promuovendo a “notizie da prima pagina” numerosissimi eventi, idee, mobilitazioni completamente ignorate dai media mainstream.
In un panorama, come quello italiano, nel quale la maggior parte dei lavoratori dell’informazione operano in condizioni di assoluta precarietà e senza diritti, è estremamente difficile trovare esempi di correttezza e indipendenza rispetto ai poteri forti. Quando non c’è la esplicita censura operata dagli editori, assistiamo ad una avvilente autocensura imposta sul proprio lavoro dagli stessi giornalisti, ricattabili e privi di ogni potere contrattuale nei confronti delle proprietà e dei padrini politici.

Occorre allargare quindi la battaglia per la regolarizzazione contrattuale di tutti i lavoratori precari che operano nell’informazione: solo così il giornalismo potrà aspirare ad essere un servizio per la società nel suo complesso e cessare di essere uno strumento nelle mani di poche lobbies.